Silvana Lonardi

2016 © Silvana Lonardi

Silvana Lonardi

SILVANA LONARDI E LA SUA ARCA


Nella valle abitata dagli uomini, e velata da un crepuscolo fondo, solo di tanto in tanto è dato scorgere vestigia divine.

Esse appaiono, quando appaiono, come ombre vaghe, spesso non riconoscibili, in molti casi fonte di sofferenza. E il sacro monte sul quale gli dèi hanno dimora è, com’è noto, sempre avvolto da una fitta cortina di nuvole e nebbie densissime. Impervio, misterioso, irraggiungibile. Sono infinite tuttavia, le narrazioni, le architetture metaforiche, le geometrie simboliche, grazie alle quali gli uomini, nelle loro multiformi arti, hanno tentato di dare immagine a quegli esseri misteriosi, per renderseli presenti e più familiari. Ma non potendo penetrare quelle nebbie, e non avendo ricordo di quando tutti insieme e in armonia – déi, uomini e anche animali – dimoravano in un’unica divina montagna, o forse nel sacro giardino, agli abitatori della valle non restò che guardare dentro di sé e attendere.


E con loro grande sorpresa, nel sacro alveolo dell’anima si imbatterono in un enorme patrimonio comune di immagini e di figure, che alludevano a démoni umani, animali e divini, insomma in un autentico e apparentemente assai scompigliato pandemonio, che si manifestava nei pensieri ed elettivamente nel sogno e nel quale le forme tendevano non di rado a confondersi. Come nelle narrazioni mitiche apparivano nel temenos  interiore uomini, animali e déi dalle sembianze spesso contraffatte, scambiate, mescolate, che recavano con sé la memoria di un’altra condizione, dell’unità e dell’unità originaria, di quando cioè le nostre anime – quella umana, quella animale e quella divina – erano una grande anima indivisa.


Nella interminabile odissea, che ci ha condotto dalla aurorale montagna della fusione alla valle crepuscolare della separatezza e dell’oblio, abbiamo smarrito il senso della nostra divinità e quasi sempre anche quello della nostra animalità. Ma mentre gli déi si ritraggono, rifugiandosi sulla loro montagna annuvolata, gli animali restano nella valle delle ombre, mostrando la fierezza di quell’unità originaria, di quella comune origine.

Così, per discernere il multiforme sembiante del nostro essere déi, non basta che ci soffermiamo porgendo ascolto al sogno, non è sufficiente coltivare le arti r la nostra facoltà di creare mondi, ma occorre anzitutto e tenacemente salvare gli animali – quelli che continuano a vivere nella nostra anima come traccia divina e quelli fuori di noi, i compagni della nostra vita.

Nell’arte di Silvana Lonardi questa missione appare, mirabilmente, giunta a compimento.

La sua grande arca ospita e contiene, intera, la nostra triplice anima.


SIMONA VENUTI

(dal catalogo della mostra romana “l’arca delle muse”)